20 maggio, Sagra di San Bernardino
A cura di Luciana Nora

Da mezzo millennio il 20 maggio per Carpi è giorno di Sagra o fiera intitolata a San Bernardino da Siena. Sagra o fiera per l’appunto, dato che la ricorrenza, da sempre, racchiudeva in sé carattere sacro, accomunato a quello squisitamente civile.
Il canonico Don Antonio Bellini in un articolo comparso su L’Avvenire d’Italia nel maggio 1957 riferiva: “È costante a antica tradizione, ma non confermata da documenti che S. Bernardino da Siena, nelle sue apostoliche peregrinazioni attraverso l’Italia, abbia sostato nel 1427 a Carpi, vi abbia predicato ripetutamente e vi abbia compiuto dei prodigi: noto quello che ha più colpito l’immaginazione dei contemporanei, della nebbia che ha salvato il paese da un esercito nemico. Certo è che nel 1831, anno dei moti di Modena capeggiati dal carpigiano Ciro Menotti, come è riportato nella Cronaca di Carpi di Giuseppe Saltini al 13 marzo, “Fu cantato nella Chiesa di San Bernardino un solenne Te Deum coll’esposizione per tre giorni del Santo Protettore pro gratia cationis.
La tradizione afferma inoltre che il santo abbia dimorato e presso i Conventuali di San Francesco e presso la nobile famiglia dei Bellentani. Si fa notare che nel secolo seguente la nobildonna Elisabetta Bellentani sposata a Francesco Realino portando grande devozione per tradizione familiare al Santo senese, mise il nome di Bernardino a quel suo figlio privilegiato che divenne San Bernardino Realino…”
Più oltre spiega come la grande devozione al Santo ebbe a confermarsi in Carpi in occasione dell’epidemia di Colera del 1855; in quella circostanza molte famiglie carpigiane apposero innanzi alla propria abitazione l’istogramma del SS. Nome di Gesù “per tenerci lontano dal male che potrebbe coglierci come lo ordinò il nostro protettore S. Bernardino da Siena quando predicava in Carpi.”

preghiera a S.Bernardino da Siena per liberare Carpi dal coleraStampa l'Orazione in formato .pdf

Monogramma suggerito da S.Bernardino per scongiurare il male

Ad ispirare questo simbolo all’allora frate francescano Bernardino Degli Albizzeschi fu l'attenta analisi della mentalità biblica presso cui l'invocazione del nome è ritenuta chiamata diretta della persona evocata, la quale, rispondendo, può agire in tutta la sua potenza e misericordia. Per questa sua personalissima interpretazione del sacro, che all’epoca poteva avere tratti di eresia, venne inquisito dalle autorità ecclesiastiche per ben tre volte e, dopo attento esame, non solo fu assolto ma la Chiesa stessa fece propria la sua azione/predicazione e gli vennero conferiti i Vescovadi di Siena, Ferrara e Urbino. A Soli sei anni della sua scomparsa, avvenuta il 20 maggio 1444, veniva dichiarato santo: era il 24 maggio 1450.
Dal 1505 San Bernardino entra nel novero dei santi ai quali la città di Carpi chiede protezione.
Nel novembre 1981, le spoglie del santo, accompagnate dalle autorità religiose e civili della città dell’Aquila, venivano eccezionalmente portate a Carpi: ad accoglierle l’allora Vescovo Mons. Artemio Prati e il sindaco Werter Cigarini e, con messa solenne tenutasi nella cattedrale, erano esposte alla devozione dei credenti.

novembre 1981 le spoglie di S. Bernardino a Carpi saluto del sindaco dell'Aquila

novembre 1981 processione con le spoglie di S.Bernardino

novembre 1981 le spoglie di San Bernardino in Duomo

Novembre 1981 spoglie di S. Bernardino in Duomo

Nonostante la specifica devozione a San Valeriano al quale “Se tu ordini il sole e ti appaiono nuvole e venti, là dove lo ordini invoca San Valeriano da Carpi, forse per inefficacia dell’invocazione, non è mancata la chiamata a San Bernardino da Siena, al quale sono state rivolte preghiere e tridui in occasione di eventi negativi di carattere meteorologico che sul nostro territorio di bassa pianura, sul cui confine scorre il Secchia, fiume di cui il nostro paese è dono e ragione del suo sorgere, ma anche, tra i tanti fiumi, il più capriccioso che si conosca, capace di straripamenti disastrosi e, di converso, specialmente prima dell’ultima grande bonifica iniziata a partire dal primo decennio del ’900, territorio passibile di grave sofferenza per siccità.
Il poco conosciuto poeta carpigiano Giovanni Fassi Vicini, nel secondo decennio dell’Ottocento, scriveva in versi una preghiera a San Bernardino da Siena per la conservazione di S. A. S. Ercole III di Modena ed esordiva con le sestine sottoriportare, riconoscendogli il potere di intervenire sui fenomeni naturali volgendoli al meglio.

Non chiedo al ciel che i turbini,
E le stagion nemiche
Il biondo onor rispettino
Delle ridenti spiche,
Quando agli amplessi invitano
L’allegro mietitor.

Non che gli estivi pascoli
Preda dei sirii ardori
Di fresco umor benefico
Placido nembo irrori,
Sordo talvolta ai gemiti
Del gregge e del pastor;

Altri alle piante implorino
L’onor degli aurei pomi;
Altri che il fiume patrio
L’ire rallenti e domi,
E impari il flutto indocile
Il lido a rispettar.

Né più il bifolco nacrio
Fuor dalla patria sponda
Veda guizzar lo sterile
Abitator dell’onda
Su i campi sacri a Cerere
Quasi conversi in mar.

Gran Cittadin dell’etere;
Il tuo poter mi è noto:
So che tu arresti i fulmini
Per l’ampio aereo vuoto;
So che tu imponi a Borea
E all’Aquilone il fren.

Emulator di Josue
Agli elementi imperi,
Ingombri al sol di tenebre
I lucidi sentieri
Fai naufragar gli eserciti
Di cupa notte in sen…

Sempre a tal proposito, nella "Cronaca di Carpi" di Giuseppe Saltini al 13 agosto 1820: si legge:"Siccome erano più mesi da che non era piovuto ed essendosi per fino quasi asciugati i pozzi, e non potendosi nemmeno custodire i terreni oltre l'aver fatto due divoti tridui nanti San Valeriano ad petendam pluviam, non che un altro fu pure fatto dalla Confraternita di San Bernardino in sua Chiesa davanti detto Santo. La Cattedrale ne rinnovò un altro alla fine del quale fu fatta una solenne processione coll'intervento di tutti i villici pure in processione che furono invitati"
Ancora dalla stessa fonte, al 14 giugno 1827 si trova annotato: “Oggi la Confraternita di S. Bernardino ha dato termine ad un devoto Triduo fatto davanti al Santo protettore Bernardino per intercedere la grazia della serenità giacché erano più settimane che ogni giorno pioveva. Questo Santo fece la grazia addimandata per cui oggi e stato con solenne pompa cantato il Tedeum in ringraziamento..."
A San Bernardino sono stati rivolti tridui anche in occasione di eventi tellurici che sono stati più frequenti di quanto si possa pensare.

La fiera o Sagra di San Bernardino da Siena
Dagli studi di storia locale del canonico Don Ettore Tirelli si apprende che la prima notizia documentata sulle due fiere importanti per Carpi, Fiera di San Bartolomeo (24 agosto) e quella di San Bernardino, risalirebbe al 1523, l’anno in cui Carpi cadeva sotto il dominio degli Spagnoli. Nel gennaio di quell’anno, Prospero Colonna, luogotenente dell’imperatore Carlo V°, riconfermava alla comunità carpigiana i privilegi goduti sotto il dominio dei Pio e accordava alle due fiere libertà di commercio ed esenzione di tributi per la durata di tre giorni. Detta concessione rivela come, relativamente all’aspetto economico, si applicasse già allora una politica liberaleggiante, tesa a promuovere produzione e commercio: non è un caso che l’autorità civile usasse il termine fiera e non sagra. Consultando le cronache giornalistiche a partire dall’inizio del Novecento, appare evidente come l’aspetto economico fosse rilevante e come, per promuoverlo, lo si animasse di intrattenimenti dai tratti tutt’altro che sacri. Le Fiere erano per eccellenza occasione d’incontro della realtà rurale con quella urbana. Nell’ambito di un’economia agricola, in città si tenevano esposizioni e contrattazioni di bestiame e altri generi legati all’agricoltura ma anche di uso comune.
Dal commento giornalistico dell’edizione del 1908 si appende che: “La prima Fiera annuale ha richiamato mercoledì scorso uno straordinario concorso di gente nella nostra città… Nei pressi di porta Modena l’animazione era eccezionale, e la ressa indescrivibile per i diversi intrattenimenti di bersagli, giostre, altalene, cinematografi e circhi equestri che fecero tutti affari d’oro. Per la circostanza vennero date al nostro Comunale due recite dalla compagnia bolognese della quale fa parte la celebre artista Argia Magazzari… Diamo la statistica dei capi di bestiame intervenuti: bovini 979; equini 632; poche vendite tanto di bovini che di equini attesa la elevatezza del prezzo…”
La Fiera di San Bernardino ma anche quella di San Bartolomeo, intese nel loro aspetto commerciale, perdono il loro smalto in concomitanza del primo conflitto mondiale e per vari motivi non lo riacquisteranno più. San Bartolomeo, meglio conosciuta come Sagra delle cipolle, è completamente persa e a concorrere all’abbandono di questa antichissima tradizione ha contribuito, oltreché il passaggio da una dominante economia agricola ad un’altra artigianale e industriale, la scadenza calendariale, dato che agosto, dal secondo dopoguerra in poi, in un crescendo enorme, si è fatto il mese dell’esodo dalle città ai luoghi di villeggiatura. Per detta ragione, ricorrendo proprio per Ferragosto, è scaduta anche la grande Sagra della Madonna dell’Assunta, quella voluta dal principe Alberto Pio III. Alla protezione di questa Madonna si affidavano i Carpigiani, così come documentato nel 1° articolo degli statuti di Carpi, datati al 1353, dove essa veniva riconosciuta patrona delle nostre terre. Venerata sotto il titolo di Assunta in ragione del fatto che il papa Lucio III° nel consacrarla concesse speciali privilegi a quanti l’avessero visitata nel giorno della consacrazione dell’Assunta e sua ottava. Sotto il patrocinio dell’Assunta, nel 1492, venne posto l’istuituendo Monte di Pietà e la sua Compagnia, per l’appunto denominata del Monte. nel 1516, per volere scritto di Alberto Pio III°, la celebrazione si fece grandiosa e ad essa, oltre alle 13 ville rurali, dovevano aderire tutti i sudditi del principato e diocesi carpigiana, compresi quanti erano banditi che, se non per il reato di fellonia, si vedevano concesso un salvacondotto nei giorni del 14 e 15 di agosto. Cosicché, a Carpi, affluivano gli abitanti di Novi, Formigine, San Felice in pianura, Guiglia, Pieve di Trebbio, Marano, Festà, Brandola, Rocca, Samone e Rocchetta.
Le Sagre quindi come occasione di grande affluenza in città e quindi formidabile opportunità per scambi commerciali.
Tra le ragioni che hanno gradualmente spento il carattere fieristico, oltre le belliche e politiche, va considerata la significativa trasformazione in atto in agricoltura, investita particolarmente dall’inizio del ’900, dall’avvento delle macchine che riducevano in modo significativo il ruolo di supporto del bestiame al lavoro rurale.
Relativamente all’allevamento del bestiame, in particolare quello bovino, in tutto il territorio carpigiano veniva allevata una razza, la cosiddetta Bianca Modenese, allora molto apprezzata sul mercato per le sue tre caratteristiche: eccellente per la carne, eccellente il latte, particolarmente incline al lavoro dei campi, razza vicina all’estinzione e attualmente, pare, stia per essere grandemente riconsiderata. A tal proposito Il Falco del 7 giugno 1923, probabilmente con una vena enfaticamente campanilistica, scriveva: “[…] Qui abbiamo una razza specializzata, che da Carpi prende il nome – razza carpigiana – la quale ci è invidiata da tutti sia per le sue ottime qualità lattifere e da lavoro, che per la percentuale di resa in carne, superiore ad altre varietà: In molte province se ne fa l’importazione ed i buoni riproduttori sono pagati a prezzi che sembrano favolosi…”.
Negli anni venti del ’900, per una serie di ragioni complesse, già di difficile interpretazione per i contemporanei di quel tempo, venne a determinarsi una sensibilissima flessione negativa del commercio bestiame sia in occasione del settimanale mercato del giovedì che nell’ambito delle Fiere. Nel 1913, in ambito fieristico, erano stati esposti e trattati 2000 capi bovini e 3250 suini; dieci anni più tardi, nel 1923, i bovini erano scesi a 500 unità e i suina a 1000
Sono dati dai quali appariva evidente la crisi la quale però risultava incomprensibile specialmente in ragione della palesemente aumentata attività di allevamento di circa 3500 unità annue di capi bovini. Quella congiuntura aveva ricadute notevoli su tutto il restante commercio che traeva vita dal gran numero di persone che dai centri vicini e lontani si portavano a Carpi per i loro acquisti. Sempre IL Falco, nel riportare i dati numerici, commentava: “[…] Mi si racconta con nostalgica malinconia di una enorme affluenza di conducenti e compratori di migliaia di capi di bestiame formicolanti nel mercato di Porta Mantova offerti a frettolose, copiosissime contrattazioni, si racconta anche di treni speciali effettuati dalla nostra stazione per l'inoltro del bestiame comprato. Le vie di Carpi, le piazze, gli esercizi pubblici gremiti, rumorosi, allegri; affari combinati per somme ingentissime; benessere che si diffondeva per tutta Carpi, la folla accorreva per vendere, comperare, barattare, stabilire pei mercati successivi. Tutta una meravigliosa attività apportatrice di bene cessata quasi completamente. Anche le fiere sono pressoché disertate… Carpi… che ha storia e tradizioni magnifiche deve assistere impassibile alla tisi dei suoi Giovedì… è molto utile, ora, studiare il modo di riattivare il mercato svegliandone le sopite energie”.
Si ipotizzava che una delle ragioni possibili della crisi potesse risiedere nella mancanza di una sede più consona ad ospitare il mercato bestiame e, pertanto, pur tra pareri discordi, era caldamente perorata l’edificazione di un foro boario adeguato, nei pressi del macello, collegato alla ferrovia, capace di contrastare la concorrenza. Forse, è il caso di dire, il rimedio veniva concepito ma non ancora realizzato quando “i buoi erano già fuggiti dalla stalla” dato che, intanto, erano altri i centri che, qualificandosi, avevano preso piede e, come più volte l’esperienza ha dimostrato, difficilmente in ambito mercantile è possibile riacquistare le posizioni perse e da altri acquisite.
Nel 1924, preso atto del perdita di prestigio commerciale della Fiera di San Bernardino, Il Falco stesso che solo l’anno precedente lamentava lo scarso volume d’affari intrattenuto, usciva con un articolo dai toni snobistici: “[…] Diremo dunque che anche quest’anno la cerimonia ha avuto luogo nelle solite maniere, con l’intervento delle supreme autorità: la folla cittadina e del contado, tutta sgargiante di abiti festivi, tra un imperversare di fischietti insolenti e di armoniche pierotteggianti… Dicevamo insomma, che la fiera è stata, come tutte le altre, come tutti gli altri anni, un delizioso rompimento di timpani e una mirabile occasione per contratti e contatti d’ogni genere e importanza, Perché le fiere hanno questo di originale: che ci vai, putacaso in automobile e torni a casa in treno, perché la macchina l’hai venduta. Così un buon papà, venuto alla festa con la sua prole femminile, può tornarsene la sera a casa, dopo aver imbastito alla sua figliola maggiore un matrimonio coi fiocchi. Al mercato bestiame, per esempio, che quest’anno non sembra riuscito molto animato, quei calessini in fila, presso il gran tendone battuto dal sole, parevano lì in mostra per chi li avesse voluti comprare… La città si diverte in se stessa e non domanda sensazioni straordinarie. Entra nel serraglio delle cosiddette bestie feroci… Visita il rispettabile fakiro, che si sdraia sulle punte acuminate, senza temere il solletico… Si pigia in massa davanti al toboga, così emozionante per i novellini e dove gli ostinati recidivi prendono senza riposo in giro se stessi… Così, da mattina a sera, si è divertita la città indomenicata. Gli uomini posati e pratici hanno diviso il loro tempo tra le contrattazioni e il pasto… I curiosi ti tipo intellettuale hanno percorso le piazze ammirando le belle bestie, le botti enormi, le ingegnose applicazioni meccaniche, le trovate della spicciola e modesta genialità paesana… Ma la folla della curiosità più grossolana non ha mancato ai ritrovi del perditempo ciarlatanesco e canterino…”
Eravamo in pieno fascismo, quando i grandi assembramenti potevano creare sospetto e non andavano grandemente incentivati. In quell’anno, 1924, anche lo spirito carnevalesco era stato significativamente mortificato e, per la prima volta nella storia millenaria del Carnevale, il regime fascista in ascesa poneva la censura. Un avviso indirizzato a tutta la cittadinanza carpigiana venne diffuso attraverso le pagine de “ Il Falco” nel febbraio 1924. In esso si legge: “Il Commissario di P.S. ci comunica che nessuna mascherata potrà essere permessa se i promotori di essa non avranno fatto prima pervenire al suo ufficio il progetto ed i relativi disegni della mascherata, e ne abbiano ottenuto poscia l’approvazione...”
Di edizione in edizione, la Fiera di San Bernardino da Siena andava perdendo importanza. La Cronaca di Carpi di Don Enrico Muzzioli, descrive la prima edizione del secondo dopoguerra: “Processione colla statua di San Bernardino da San Francesco al Duomo per iniziare un triduo solenne di ringraziamento per l’incolumità di Carpi di cui è protettore e pel V° centenario di sua morte …”
Edizione 1947: “ Fiera di San Bernardino coi soliti divertimenti alla Barriera Fanti. C’è meno gente che nei consueti mercati del Giovedì; anche nelle ore pomeridiane e serali il concorso di popolo è molto scarso…”
Poi il vortice del boom economico che parve assorbire ogni energia e non c’era più tempo nemmeno per la festa. Sempre don Enrico Muzzioli, nel 1953 annotava: “S. Bernardino da Siena. Fiera con scarso concorso nonostante i numerosi baracconi; un po’ di animazione nella tarda sera. In Duomo messa alle 8 per le mondine. Alle 11 in San Bernardino Messa cantata con assistenza Pontificale, con rappresentanza del Comune.”
Sparito il mercato, rimanevano i cosiddetti baracconi e San Bernardino da Siena era ormai appannaggio della sola infanzia accompagnata e adolescenza.
Dal 1996, senza tema di essere tacciati di provincialismo, alcuni carpigiani Giovanni Attolini in testa, assieme ad Antonio Colarusso, riunendosi in comitato, hanno inteso recuperare l’antico ma sempre moderno e forse quanto mai attuale significato di Fiera, promuovendo iniziative tese a togliere da una “secca” ultradecennale questa ricorrenza che, potenzialmente, può essere una vetrina importante per una città che ha un’anima produttiva e commerciale da almeno sei secoli, capace di rigenerarsi nelle peggiori congiunture e, forse, non altrettanto incline ad autopromuoversi.

Curiosità
Le novelle di San Bernardino da Siena

Le novelle a sfondo filosofico/morale qui riportate, attribuibili a San Bernardino da Siena, i contenuti delle quali, validi per bambini e adulti, rimangono quanto mai attuali, sono state tratte da Novelle Italiane dal secolo XIII al XX – Scelte e commentate da Furio Possenti, Firenze 1934.

SAN BERNARDINO DA SIENA *

I* Bernardino degli Albizzeschi, francescano, nato a Massa Marittima nel 1380 e morto nel 1444, fu uno dei predicatori più popolari del Quattrocento. Le sue prediche, in cui sono inserite delle graziose novellette morali, furono raccolte da un cimatore di panni senese, nella fresca e vivace parlata della sua città.

Lo Spaventapasseri.

“Avete mai veduto quando si seminano e’ poponi; meglio quando si semina il grano: o ora al tempo de’ fichi, che vi si pongono gli sparavicchi? (1) Sai, colà in sul campo del grano elli pigliano un sacco e lo empiono di paglia, perché non vi vadano le cornacchie. E su questo sacco si pone una zucca, che paia la testa d’uno uomo, e fasseli (2) le braccia, e pongonli uno balestro (3) in mano, teso che par che voglia balestrare (4) a le cornacchie. E le cornacchie son maliziose, e vanno volando in qua e in là; e vedendo questo uomo, temono di esser morte, (5) e così stanno tutto il dì senza pizzicare. (6) Tornanvi poi l’altro dì, (7) e veggonlo a quello medesimo modo che gli altri dì; anco stanno così insino a la sera, senza arrischiarsi a pizzicare nel seminato; e anco pur volendo pizzicare, vi tornano l’altra mattina e trovanlo a quel medesimo modo; e vedendo che elli non si muove punto, cominciano a volare in terra pur di longa, (8) e a poco a poco si cominciano approssimare a questa zucca, e talvolta gli vanno appresso appresso, pur con paura però. Talvolta, quando sono così appresso, elli trarrà (9) un poco di vento che lo farà rimovere; come il veggono così muovere, tutte fuggono via per paura. Poi vedendo che egli non fa altro atto, pur ritornano a mangiare, e vannogli poi anco più presso che avevano fatto prima. Avviene talvolta, come son una più ardita che un’altra, che gli vanno insino appresso appresso, e una vedendo che non si muove lui e non scrocca (10) il balestro, non ha paura di nulla; e così assicurata gli va in sul capo… Sai che vo’ dire? Io vo’ dire che talvolta fa così uno rettore, il quale va a fare l’uffizio nel quale elli è eletto, e non è atto, che è uno zero. (11)”

(1) Spaventapasseri.
(2) Gli si fanno
(3) Un arco
(4) Scagliare frecce
(5) Uccise
(6) Beccuzzare in fretta il seminato.
(7) Il giorno dopo.
(8) Da lontano (lat. Longe).
(9) Si leverà.
(10) Scocca, fa scattare.
(11) Un governatore (rettore), che non val nulla ne minaccia i colpevoli senza mai punirli, finisce, come lo spaventapasseri, col farsi mettere i piedi sul capo. La conclusione è un po’ stiracchiata, ma la vivace scenetta delle cornacchie, che danno l’assalto al seminato, è colta dal vero.

L’asino delle tre ville.

“Udiste voi mai la storia dell’asino de le tre ville? Elli fu (1) in Lombardia. Elli è una via con una capannuccia, la quale è di longa a uno molino forse un miglio. Accordandosi queste tre ville (2) a tenere un asino a questa capanna, il quale facesse servizio di portare il grano al mulino di queste tre ville. Avvenne che uno di queste tre ville andò per questo asino e menasene l’asino alla villa e pongli una buona soma di grano e menalo al mulino; e mentre che si macinava il grano, egli sciolse l’asino e lassalo pasciere; e voi sapete che a la pastura dei mulini poco vi cresce l’erba, sì spesso è visitato. (3) Macinato il grano, egli piglia la farina e carica l’asino e menalo a casa colla soma: e scaricatola, riconduce l’asino al suo luogo de la capanna, senza darli niuna cosa, dicendo da sé medesimo: - Colui che l’adoperò ieri gli dovè dare ben da mangiare, si chè non dè aver troppo bisogno.- ; e così il lassò. Avviene che l’altra mattina seguente, un altro dell’altra villa venne per questo asino, pure per caricarlo di grano. E menatoselo a casa pongli un’altra soma di grano maggiore che quella di prima; e senza dargli nulla da mangiare, il menò al mulino; e macinato il grano e condotta la farina a casa sua, rimenò l’asino alla capanna, senza darli nulla, pensando che colui che l’aveva adoperato l’altro dì innanzi, el dovè bene governare… El terzo dì viene un altro per l’asino a la capanna e menalo seco, e caricollo meglio che carica che egli avesse mai, (4) pensando: - Oh, questo è asino del Comune egli debba essere (5) gagliardo -; e così mena l’asino al mulino con la soma sua. Avvien che anco (6) non gli è dato nulla né ine, né altrui. (7) Infine macinato il grano, ricarica la soma all’asino e metteselo innanzi. L’asino era pure indebolito e non andava molto ratto. Mieffè, (8) costui comincia ad adoperare il bastone e, dànnegli (9) e caricalo di molte bastonate, e l’asino infine condusse questa soma con grande fatiga a casa di costui. Costui poi rimenando l’asino a la capanna, appena si poteva mutare, (10) e costui il bastonava spesso, dicendo : - Ecco l’asino che il Comune tiene per servire a tre ville! Egli non è buono a nulla - . Egli il bastonò tanto, che a pena il condusse a la capanna; né ancogli diè nulla. Volete voi altro? Che, in conclusione, il quarto dì l’asino era scorticato. (11)

(1) Avvenne.
(2) Villaggi, casolari.
(3) Troppa gente calpesta i prati intorno ai mulini e troppe bestie.
(4) E lo caricò della soma più pesante fra quante ne avesse mai portate.
(5) Dovrebbe essere.
(6) Anche questa volta.
(7) Ne qui (ine) né altrove.
(8) Esclamazione dialettale come doh e simili.
(9) Gliene dà.
(10) Muovere.
(11) Povero asino vittima dell’insensato egoismo umano.

La padelletta dell’eremita

“Elli fu (1) uno santo padre il quale, abitando così in una celletta poveretta in una selva, aveva con sé un suo romitello, il quale non teneva in mente nulla che egli udisse a suo ammaestramento; e per quello non andava a udire né predica né nulla. E dicendo costui a questo santo padre la cagione perché non andava alla predica, elli disse: - Io non tengo a mente nulla - . (2) Allora questo santo padre disse: - Piglia cotesta padella - . Aveva costì una padelletta per cuocere il pesce; e disse: - Fa bollire quest’acqua e quando l’acqua bolle, - dice – mettine uno bicchiere in questa padelletta che è tutta unta - . Colui così fece. – Và, versala fuore senza strofinare nulla - . E così fece, e disse: - Or mira ora, se ella è così unta come era in prima? - . Disse che era meno unta. Elli disse: - Mettivene anco un’altra volta e versala fuore -. Elli il fece. Anco era più netta. E così il fece fare parecchie volte: ogni volta era più netta. E poi li disse: - Tu dici che non tieni a mente nulla! Sai perché? Perché tu hai la tua mente unta come aveva la padella - . Và e mettivi dell’acqua e subito vedrai se la mente si purificherà. Mettivene anco più, anco sarà più netta; e quante più volte udirai la parola di Dio, più si netterà la mente tua, e tanto potrai udire la parola di Dio, che la mente tua sarà tutta netta e purificata senza nulla bruttura -.”

1) Ci fu, c’era una volta.
2) E’ anche oggi la scusa degli scolari negligenti: inutile che studi, tanto non riesco a tenere a mente quello che ho studiato!

Madonna Saragia

“Doh! Io ti voglio dire quello ch’intervenne una volta a Siena. Egli fu in Siena una madonna Saragia, la quale era ghiotta delle saragie marchiane; (1) la quale aveva una vigna, costì fuore, sai? Verso Munistero. (2) E venendo colà di maggio il mezzaiuolo (3) a Siena, disse madonna Saragia a costui: “oh, non è anco delle sarage alla villa?” Dice il mezzaiuolo: “Oh, io aspettavo che elleno fossero un poco più mature”. Ella disse: “Fa che sabato me n’arrechi: altrimenti non ci arrivare”. (4) Egli ne le promise. Il sabato egli ne tolse un panierotto e empièllo (5) di ciliegie, e viensene a Siena, e portalo a madonna Saragia. Come ella il vide, ella gli fece una festa e piglia questo paniere. “Tu sia il molto ben venuto! Oh, quanto ben facesti”! E vassene in camera con questo paniere, e comincia a mangiare di queste saragie a manciate. Elleno erano belle e grosse: erano saragie marchiane. Infine ella ne fece una scorpacciata. Tornando il marito a desinare, la donna recò a tavola una canestrella (6) di queste saragie; e dicegli: “Egli ci è venuto il mezzaiuolo e hacci recato parecchie saragie”. E come ebbono desinato, ella recò queste saragie, e cominciarono a mangiarle, presente il mezzaiuolo. Ella mangiando di queste saragie, pigliava la saragia e davavi sette morsi per una; (7) e mangiandole costei disse al mezzaiuolo: “Come si mangiano le saragie in contado”? (8) Il mezzaiuolo disse: “Madonna, elle si mangiano come voi le mangiavate dianzi in camera, a manciate”. Ella disse: “Uh trista! (9) Che dici tu? Che tu sia tristo”! “Madonna, così si mangiano com’io vi dico”.”

(1) Sorta di ciliegie grosse e sode.
(2) Fuori delle mura di Siena.
(3) Il contadino, che divide a mezzo col padrone i frutti del podere (mezzadro).
(4) Non venire nemmeno.
(5) Lo empì.
(6) Madonna saragia non vuole svelare la sua ghiottoneria, portando in tavola il “panierotto” semivuoto; preferisce cambiare il recipiente.
(7) Vedi com’è diventata schizzinosa.
(8) Evidentemente non credeva di essere stata scorta dal villano, mentre faceva la “scorpacciata”: il diavolo le insegna a fare ma…
(9) Poveretta me!

(Riduzione della novella per bambini a cura di Luciana Nora)

Lo Spaventapasseri

Passando per la campagna vi è mai capitato di osservare stormi di uccelli intenti a beccare tra le zolle di terra? E vi è mai capitato di vedere uno spaventapasseri piantato in mezzo al campo o tra le fronde di un albero di ciliegie o di fichi? Lo spaventapasseri è un fantoccio dalle fattezze umane che, preparato dai contadini, dovrebbe servire a spaventare gli uccelli e tenerli lontano dal seminato e dai frutti di cui naturalmente si cibano. Per fare uno spaventapasseri normalmente si prende un sacco e lo si riempie di paglia, gli si può mettere come testa una zucca svuotata e seccata alla quale si cerca di dare fattezze umane, lo si veste, gli si può far imbracciare una scopa o un falso fucile e, infilato su un bastone, lo si pianta in mezzo al campo o lo si sistema tra le fronde dell’albero da frutto. All’inizio gli uccelli, che per esperienza stanno alle dovute distanze dagli uomini perché ne hanno paura, non si avvicinano. Svolazzano intorno tenendosi lontano, si appollaiano sui fili della luce, su qualche siepe intorno ma, intimoriti non hanno il coraggio di scendere per beccare sementi o frutta. Può essere così per un giorno intero e anche per il giorno dopo. Anche gli uccelli però sono degli osservatori, anzi hanno una vista molto acuta e si accorgono che questo uomo ha qualcosa di strano: non si muove e, a differenza degli uomini veri, non cammina e sta sempre fermo lì, dove è stato piantato. Gli uccelli sono anche curiosi e allora, ancora sospettosi, si avvicinano. Può capitare che mentre gli svolazzano intorno si agiti un po’ di vento che faccia muovere le vesti dello spaventapasseri e allora gli uccelli fuggono. Ritornano poi perché nulla è successo e, di giorno in giorno, prendono coraggio fino ad avere confidenza e, addirittura, arrivano ad appoggiarsi sul capo dell’innocuo spaventapasseri. A quel punto per le sementi o i frutti non c’è più scampo e gli uccelli se la spassano.
Sai cosa si vuol dire questo racconto? Vuol dire che lo spaventapasseri è un po’ come quei genitori o quei maestri che non puniscono mai le malefatte dei bambini, cosicché i bambini si sentono liberi di combinarne ancora e sicuramente questo non è bene.

 

L’asino delle tre ville

Avete mai sentito la storia delle tre ville o frazioni? È successa in Lombardia ma poteva succedere anche qui da noi nel carpigiano. Immaginate la frazione di Budrione, quella di Migliarina e l’altra di Fossoli quando non c’erano ancora le automobili e le persone usavano cavalli e asini per muoversi e trasportare le cose, tra le quali particolarmente il grano da portare al mulino per essere macinato. Non tutti però avevano la possibilità di avere uno di questi due animali e allora si è pensato bene di prendere un asino in comune e di tenerlo in uno stallino che fosse più o meno ad uguale distanza da ognuna delle tre frazioni. Quando qualche contadino ne avesse avuto bisogno, arrivava al capanno, prendeva l’asino e lo usava. Avvenne, come stabilito, che un contadino andò allo stallino, prese l’asino, se lo portò a casa, lo caricò di frumento e si recò quindi al mulino per farlo macinare. Mentre attendeva che il grano fosse macinato lasciò l’asino a pascolare davanti al mulino, dove però c’era poca erba perché a forza di calpestarlo il terreno era secco e anche perché altri asini vi avevano pascolato. Macinato il grano, il contadino piglia i sacchi di farina, li carica sull’asino, ritorna a casa, scarica il macinato e riporta l’asino al suo stallino; gli dovrebbe dare da mangiare ma non lo fa perché pensa:- L’asino qualcosa l’ha mangiato nei pressi del mulino e poi, senz’altro, colui che l’ha usato ieri lo avrà nutrito e quindi non avrà una gran fame.-
Il giorno dopo un contadino di un’altra fraziona, anche lui ha bisogno di recarsi al mulino per far farina, va a prendere l’asino e lo carica di un sacco di grano più pesante di quello del contadino del giorno prima e, senza preoccuparsi di dargli da mangiare, lo mena al mulino. Finito di servirsene, riporta l’asino alla capanna e, facendo la stessa pensata del contadino che lo aveva usato prima di lui, non lo nutre, confidando che il giorno prima l’asino abbia mangiato e quindi può sopportare un po’ di fame. Il terzo giorno arriva un altro contadino e anche lui deve andare al mulino e carica il povero asino ancora di più degli altri. Il povero asino stanco ed affamato procede lentamente e per farlo andare più veloce il contadino inizia a prenderlo a bastonate e siccome l’asino sfinito non risponde, continua a bastonarlo forte. Con tantissima fatica e sofferenza, dopo essere stato al mulino, l’asino porta il carico di farina a casa del contadino il quale, dopo averlo scaricato, riconduce allo stallino il povero asino che appena riusciva a muoversi. Lungo la strada il contadino continuava a bastonarlo e imprecava:- Ecco l’asino che in comune hanno le tre frazioni! È un asino buono a nulla!!- E anche lui, continuando a bastonarlo, lo lascia allo stallino senza preoccuparsi di nutrirlo.
Bisogna dirvi cosa successe il quarto giorno? Il quarto giorno l’asino era schiantato. Questo è successo perché ognuno dei tre contadini non si è mostrato responsabile e, avendo un animale in comune, ognuno ha pensato bene di scaricare sull’altro il proprio dovere. A rimetterci per primo è stato il povero asino ma anche quei contadini irresponsabili che, non avendo rispettato la proprietà comune, non potevano più servirsene.

La padelletta dell’eremita

“Dovete sapere che tanto tempo indietro c’erano alcuni uomini che si ritiravano in luoghi isolati, lontano dagli altri uomini e dalle cose del mondo. Vivevano in povertà e impegnavano il loro tempo a contemplare e studiare la natura, a riflettere, a leggere, a scrivere e a pregare. Questi uomini erano chiamati eremiti ed erano considerati saggi, tant’è che potevano avere qualche giovane discepolo al quale era dato l’appellativo di romitello.
Uno di questi eremiti aveva con sé un romitello che diceva di non riuscire a tenere a mente nulla e per questo credeva fosse inutile ascoltare gli insegnamenti. Allora il padre eremita gli disse:- prendi questa padelletta con la quale friggiamo il pesce. Vedi com’è unta? Adesso in un pentolino fai bollire un bicchiere d’acqua e, quando l’acqua sarà bollente, esci e mettila nella padelletta, quindi vuota la padelletta senza strofinarla. – Il Romitello ubbidì all’eremita che gli disse ancora: - Osserva ora la padelletta e dimmi se è unta come prima. – Il romitello si accorse che la padella era meno unta. L’eremita gli fece ripetere l’azione e gli chiese di osservare se era cambiato qualcosa; il romitello dovette accorgersi che la padella aveva perso ancora un poco del suo unto. L’eremita gli fece fare questa cosa tante volte e il romitello dovette accorgersi che la padelletta era sempre più pulita. A quel punto il saggio eremita gli disse: - Tu dici che non riesci a tenere a mente nulla! Sai perché?, Perché la tua mente è unta come era unta la padella. Gli insegnamenti sono come l’acqua, continua a metterli nella tua mente e vedrai che a poco a poco la tua mente sarà pulita pronta a ricevere ed elaborare buoni pensieri.”

Madonna Saragia

“È questa che vi racconto una storia molto antica, quando i contadini in campagna dipendevano in tutto dal proprietario della terra e avevano un contratto di lavoro che era detto a mezzadria, per il quale erano tenuti a condividere a metà tutto quello che riguardava spese e guadagni derivanti dalla coltivazione del terreno. Il mezzadro doveva sempre tenere informato il proprietario del fondo sul come andavano le cose e per farlo si recava a casa sua dove, quanto gli veniva chiesto, portava uova, pollame, verdure e frutta. Un tempo, le donne erano chiamate anche madonne che voleva dire mia signora. Dovete sapere che madonna Saragia possedeva un terreno coltivato da un mezzadro che regolarmente si recava presso di lei per informarla. Nel mese di maggio, in occasione di una sua visita, madonna Saragia, che era molto ghiotta di ciliegie, quelle belle grosse e sode di quella zona, chiedeva al suo mezzadro:- Non sono ancora mature le ciliegie in campagna? – al ché il contadino rispondeva: - Aspettavo a portargliele che fossero un poco più mature.- Madonna Saragia allora gli diceva:- Fai in modo di portarmele sabato, altrimenti non venire.- Il contadino gli promise che l’avrebbe accontentata. Il sabato, prima di recarsi a casa di Madonna Saragia, il contadino raccolse un bel paniere di ciliegie e gliele portò. Come ella lo vide gli fece festa: - Tu sia molto benvenuto! Oh come hai fatto bene! - e prese il paniere di ciliegie che erano belle grosse e cominciò a mangiarle a manciate e ne fece una scorpacciata. All’ora di pranzo, a tavola con il marito che era ritornato, madonna Saragia togliendo le ciliegie che erano rimaste nel paniere, le portò in tavola in un piccolo canestro, dicendo: - È venuto il mezzadro e ci ha portato parecchie ciliegie. – E, a fine pranzo, alla presenza del mezzadro, cominciarono a mangiarle. Madonna Saragia, di fronte al marito, faceva la preziosetta: prendeva una ciliegia e la consumava adagio, con sette piccoli morsetti e non perse l’occasione per mortificare il mezzadro cercando di mostrare la pretesa differenza tra i modi della sua classe sociale e quella dei cosiddetti villani e maliziosamente gli chiese: - Come si mangiano le ciliegie in contado?- Al ché il mezzadro che, quando non c’era il marito, l’aveva vista mangiare ingordamente rispose: - Madonna, in contado le ciliegie si mangiano allo stesso modo in cui voi le avete mangiate appena le ho portate: a manciate.- Madonna Saragia, sentitasi scoperta, rispose:- Ma cosa dici tu? Che tu sia sventurato!- Al ché il mezzadro replicava: - Madonna, le ciliegie in campagna si mangiano come vi ho già detto.-
Questa storia significa che le differenze di comportamento, quando ci sono, spesso stanno solo nella forma e non nella sostanza, che le bugie hanno le gambe corte e il diavolo insegna a fare le pentole e non i coperchi.”

 

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