A cura di Luciana Nora

 

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balli degli anni'60 foto di Luciano Pergreffi balli degli anni'60 foto di Luciano Pergreffi balli degli anni'60 foto di Luciano Pergreffi balli degli anni'60 foto di Luciano Pergreffi balli degli anni'60 foto di Luciano Pergreffi Caterina Caselli al Picchio verde  di Carpi foto di Luciano Pergreffi Complesso carpigiano i The Lonely Hearts The Golden boys foto di Luciano Pergreffi Equipe 84  al Picchio di Carpi foto di Luciano Pergreffi Henghel Gualdi e la sua band  foto di Luciano Pergreffi I Diavoli neri  foto di Luciano Pergreffi I nomadi al Picchio verde di Carpi foto di Luciano Pergreffi I nomadi al Picchio verde di Carpi foto di Luciano Pergreffi Mina al Picchio di Carpi foto di Luciano Pergreffi

A Carpi, dopo i magnifici Cinquanta, i ruggenti anni Sessanta, se possibile, ruggivano con l’amplificatore; il boom economico e i suoi effetti non lambivano come onda più o meno lunga, piuttosto si manifestavano come epicentro di un’esplosione/implosione economica originata da una realtà produttiva, ravvisata come una tra le più significative a livello europeo. Carpi, divenuta centro della maglieria e camiceria con annessi e connessi e, seppure in maniera meno appariscente, anche dal nascente polo di un’industria metalmeccanica di tutto rispetto, capace di recepire e far propri quei segmenti di mercato lasciati scoperti dalla grande industria, Carpi definita nel 1959 da Ugo Zatterin città del miracolo, negli anni Sessanta, fiondava in orbita e s’ciao. Seppure con differenze anche macroscopiche, sotto l’aspetto economico, il benessere cadeva a pioggia, permettendo un più che ligio adeguamento agli standard di vita proposti da un neoconsumismo che nel volgere di qualche anno doveva letteralmente mutare l’ambiente in senso lato: i nuovi segni, più che sovrapporsi a quelli del passato, imponendosi, tendevano a cancellarli. Una corsa tanto frenetica, pressoché priva di soluzioni intermedie, inverosimilmente tesa alla definizione di un ordine nuovo, così opposto al passato più che prossimo, da produrre un disorientamento difficile da interpretare a tutt’oggi. Forse la metafora pasolinana della scomparsa delle lucciole per Carpi era più che mite, poiché a fronte di una prolificità compulsa di idee e realizzazioni, di un farsi, disfarsi e rifarsi, assordati dal frastuono di motori smarmittati di goo kard fatti circuitare su una pista periferica, erano impazzite persino le galline che, tra lo sgomento dei pochi che si erano conservati contadini, non producevano più uova: cosa mai successa a memoria d’uomo. Veloci a pensare, veloci ad organizzare e realizzare, rapidi a reinterpretare e, all’occorrenza, improvvisare, fulminei fino al precipitoso a mutare esteriormente. Dalla televisione condivisa nei pubblici locali, a quella goduta individualmente, dall’apparecchio mobile radio al transistor, dalle due ruote motorizzate velocemente si passa alle quattro, mangiadischi, mangianastri e via a proseguire. I Sessanta sono stati davvero gli anni delle “vacche grasse”, gli anni in cui, neanche a dirlo, imperversavano i gadget ci plastica come la mucca Carolina ed Ercolino Sempreinpiedi.

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Foto Gasparini – Carpi, databile primi anni’60

E, sempre in piedi, con un ciclo produttivo che per soddisfare gli ordini e il bisogno di ammortizzare i costi delle macchine da lavoro concentrate nelle neo aziende in espansione ma soprattutto sparse a macchia d’olio casa per casa, non si interrompeva nemmeno di notte: tutta la città, come una grande galea a remi, più o meno consapevolmente si muoveva sui nuovi toni vocali e strumentali, battenti ritmi di una polifonia sempre più incalzante.
Le donne carpigiane, in continuità con il ruolo investito nella secolare tradizione di lavorazione del truciolo, quanto mai, proseguivano nell’essere le interpreti prime del processo produttivo. Il benessere locale amplificava la trasformazione in atto.

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Da la Domenica del Corriere, 13 settembre 1959

Le giovani generazioni, già alla fine degli anni Cinquanta, si indirizzano verso un costume che, sempre l’attentissimo Pasolini, definiva di omologazione, tanto appariscente e sconvolgente i canoni fino a quel momento evolutisi in modo lento e graduale, quindi assai più digeribile, da assurgere alle cronache dell’estate 1959: “I giovani e le giovani, avevano per vestiario, l’uniforme di moda, maglioni di vario colore… e pantaloni di altre tinte, senza badare se si accordano tra loro… Anche nel vestire s’usano le dissonanze del jazz… gli uni…volutamente proletari, le altre rinunciano alle grazie della femminilità… Tutti sembrano operai e operaie al lavoro, proprio mentre non hanno nulla da fare. Le donne pretendono tutti i mestieri e le professioni degli uomini e nell’attesa si mettono durante le vacanze i pantaloni. Forse pensando che gli uomini hanno fatto più strada, perché non impacciati dalle gonne… Trionfano i pantaloni… Tutte se li infilano senza preoccuparsi se essi possono rivelare i guai di arti inferiori modellati dalla natura in quel momento distratta… Giovani da una parte e anziani dall’altra… I due gruppi non avevano contatti… i genitori hanno ormai quasi soggezione dei figli… Il gran sarto del dopoguerra non è stato Dior , ma Sartre… Una generazione che sta a sé che comincia a navigare e vuol apparire navigata… Discutono seriamente… ma sempre nel recinto del loro clan. Fra la generazione di ieri e quella d’oggi è steso un sipario… Per fortuna quella di cui discorriamo si limita alla esteriorità. Sotto i blousons noirs e i bleu-jeans si nascondono fior di giovani che domani, nonostante la moda, si ritroveranno saldi e sicuri di fronte a ciò che li attende: la vita.”

Da qui si è inteso partire per una ricerca che evidenziasse attraverso la materialità i segni dei passaggi di costume che hanno contraddistinto il decennio successivo e, in particolare, appunto, il periodo del beat.
Per l’allestimento della mostra, tenutasi presso la Sala Ex Poste di Palazzo Pio tra settembre e ottobre 2002, ci si è avvalsi di una ricca documentazione fotografica inerente la trasformazione che ha investito Carpi in quegli anni (le fonti sono state principalmente l’archivio fotografico Gasparini e Silmar di Mario Pergreffi).
Bozzetti originali ideati per la produzione locale nel settore del tessile/abbigliamento che sono rappresentativi del cambiamento sia per la grafica che per le nuove materie lavorate in campo tessile e per la produzione stessa
Fotografie di campionari della produzione carpigiana degli anni beat, a cura di Alceo Trouchè - Modena .
Capi d’abbigliamento rinvenuti attraverso la collaborazione di privati e aziende carpigiane.
Gli oggetti che hanno caratterizzato quell’epoca: dalla radio al transistor – dal giradischi incorporato all’apparecchio radio al mangiadischi e ju-boxe – strumenti musicali.
Proiezione di video (Viaggio nell’Italia che cambia – servizio su Carpi curato da Ugo Zatterin nel 1959).
 

I materiali rinvenuti durante il percorso di ricerca sono stati organizzati e resi disponibili alla consultazione presso il Centro Etnografico. I pannelli espositivi sono conservati con modalità che, a richiesta, consentano un riallestimento. Per informazioni rivolgersi presso il Centro Etnografico, Piazzale Re Astolfo, 2 – tel. 059/649969.

 

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